giovedì, gennaio 27, 2005
Liguria
Una settimana in alto, sul mare, senza pc, senza cellulare, senza Radio, senza TV, senza antenne, senza scrivania, senza macchine, senza antibiotici, senza "influenza" alcuna, anzi sotto l'influenza del vento freddo, olivi azzurri e infreddoliti, agli liguri trifolati, profumo di olio, colori aspri e ghiacciati, cane silenzioso, lavoro quasi finito, anzi finito...
il vuoto si riempie di aria iodata e di sale marino, le ossa sentono i muscoli rilassati lontano dalla sedia...
E ora credo sia pronto per ritornare e soffrire di nuovo sulla scrivania...
Abbracci a chi è piacevolmente passato qua durante la mia mancanza e a chi ha avuto di meglio da fare:-)
lunedì, gennaio 17, 2005
La ballata del tuffatore dal ponte
di Predrag Matvejević 
Ci conosciamo sin da piccolissimi. Era a suo tempo della mia “piccola banda” – è più giovane di me tre-quattro anni. La “grande banda”, come si chiamava noi a Mostar, richiedeva ai più giovani le stesse cose che a noi chiedevano quelli più adulti: alzati e comprami i sigari (da noi tutte le sigarette erano “sigari”); mettimi il cocomero nel Radobolje per farlo diventare freddo; salta la recinzione e riportami il pallone che è volato via. Ordine-esecuzione: chi non obbediva si beccava minimo una tirata d’orecchie chiamata “klempa”. Non mi ricordo se gli ho “appioppato” anch’io qualcosa di simile al piccolo Emir. Forse sì e spero che nel frattempo mi abbia perdonato.
“Pinduk”,“nanerottolo” nel dialetto di Mostar, direbbe mia nonna Vida, analfabeta ma svelta Čitlučanka (abitante di Čitluk), credente cattolica che nascondeva e salvava le vicine ortodosse ed ebree perché non fossero "deportate” e gettate nelle fosse. Sorprendentemente per lei il piccolo Emir di colpo aumentò in altezza e divenne un ragazzone notevole. Non era più un pinduk. “Perché non cresci anche tu così?” Mi difendevo come sapevo e potevo: “Dio non vuole, nonna”. I tuffi nella Neretva aiutarono Emir Balić a crescere. Non si buttò subito dal Ponte Vecchio, ma dalle grotte, prima dalle più piccole poi da quelle grandi fino alle più alte – “Duradžik”, “Musala”, “Zelenika” e altre.
Era spiritoso il piccolo Emir. Non mi ricordo di lui che facesse lo sbruffone. Non era di quelli che si vantavano nemmeno dopo, quando diventò famoso. Guardava intorno a sé a modo suo e sceglieva per amici quelli che gli si confacevano. Evitava le “compagnie sbagliate”, “faccendieri” e “filibustieri”.
Quando sono andato a studiare, prima a Sarajevo e poi a Zagabria, tornavo a casa per le feste – in una città piccola come era allora Mostar ci si incontrava sempre - facevamo due chiacchiere su tutto ciò che era successo nel frattempo, ci salutavamo con la mano e ci separavamo fino all'incontro successivo.
Mi ricordo che una volta mi portò al cinema estivo della via Šantić dove lavorava, davano qualche film importante, non avevamo soldi nemmeno per le medicine e lui mi portò una sedia dal suo ufficio e non mi permise di pagare. Molte volte ho assistito al grande spettacolo di Mostar: gara a livello jugoslavo o internazionale di salto dal Ponte Vecchio, in cui Emir rappresentava "il pezzo forte".
Allora non mi facevo vedere da lui per non disturbarlo: si deve essere raccolti e concentrati prima del fantastico “salto della rondine” nel quale lui teneva meglio di qualsiasi altro l’equilibrio in aria, gestiva con maestria il corpo in movimento, planava con le braccia aperte al volo,dal momento del distacco dal muretto di pietra bianca al momento dell’incontro con la superficie verde del fiume. Giacché in quel punto la Neretva è relativamente bassa, d’estate meno di tre metri, uno si doveva aprire l’acqua in modo obliquo e prima di tutto doveva tagliarla con i palmi della mano e con le dita. Quel salto era diverso da quegli altri in profondità, verticali e “senza strappo” che si fanno normalmente durante le altre gare.
Sapevo che Emir insegnava ai più giovani saltatori senza egoismo, trasmettendo a loro il suo sapere.
Dai nomi si poteva capire che i suoi allievi e contendenti erano di tutte le nazionalità e religioni. Gli avevano dato l'esempio i suoi fratelli e parenti, del famoso battaglione di Mostar. Alcuni di loro, come il fratello maggiore ad esempio, erano finiti a Jasenovac. Mi ricordo la madre di Emir – una donna estremamente buona, tranquilla e accomodante. Visse a lungo la vecchia Safija, circondata dall’attenzione straordinaria di Dženana,la devota moglie di Emir. 
Sarebbe difficile descrivere tutti i nostri incontri e ancora di più riportare i discorsi che facevamo.
Quando si ammalò Meho Sefić, noto pittore mostarino, cantante e “bećar” (cantante di strada), Emir lo portò alla clinica oncologica e chiese che si occupassero di lui. Ciò ci avvicinò particolarmente. Durante la guerra balcanica, questa ultima, ci siamo persi solo una volta di vista ma non per lungo.
Quando ci distrussero il Vecchio ponte io ero tra “l’asilo e l'esilio”. Ero andato prima in Francia, nel 1991, ma in quel periodo tornavo periodicamente a casa, a Zagabria. Scrissi un pezzo sulla distruzione vandalica del ponte e lo pubblicai prima sul giornale di Spalato “Feral Tribun”, poi negli altri giornali e in diverse lingue. Lo lesse anche Emir, non so dove e come gli arrivò per le mani. Lo chiamai invano al telefono ma dal suo appartamento nessuno mi ripose .
Dopo ebbi notizie sul fatto che si trovava in un lager, all'Heliodromvicino a Mostar, dove subiva un trattamento molto duro e veniva costretto a stare in prima linea a scavare trincee – in modo che lo colpissero e liquidassero i suoi. Gli presero anche la coppa d’argento che aveva avuto per meriti sportivi. Gli scrivevo lettere e gliele mandavo attraverso gli amici ma non gli arrivavano.
Appena scampò il pericolo si fece sentire. Fissammo un appuntamento a Zagabria. Il mio appartamento in via Jurišićev fu dichiarato “ufficio per i profughi”, per lui e per altri mostarini – tra cui i defunti Nedim Džudža e Sadi Ćemalović, tutti e due architetti, miei compagni di scuola, che avevo aspettato sulla via dell’esilio. Erano colpevoli quegli incontri, una sorta di “clandestini” della guerra precedente.
Emir mi raccontò che, davanti ai suoi occhi, spogliarono sua madre anziana per vedere se nascondeva i soldi in qualche posto intimo.
Mai prima nella sua vita aveva visto sua madre nuda, come me – le nostre madri erano timide. Quel fatto lo aveva scioccato molto più delle torture subite nel lager dove era stato detenuto.
In quel periodo con Emir venne da me il dr.Travnjanjin, noto dentista di Mostar, e mi raccontò una delle più tragiche storie che abbia mai sentito. 
La sua giovane sposa, dottoressa Slavenka – originaria dalla famiglia del famoso medico partigiano Mujić, il cui busto orna una delle piazze di Mostar – era rimasta nella città come unico specialista per la dialisi. Non voleva lasciare i suoi trenta pazienti che potevano morire nell’ospedale della Costa Bianca, lo stesso dove passarono le ultime ore i miei genitori. Travnjanin credeva che la gente intorno avrebbe capito il sacrificio di Slavenka Mujić e che non le sarebbe successo niente. Si sbagliava. Gli ustašoidi di Boban (non so come chiamarli, non li considero croati) irruppero nel suo appartamento cercando soldi: “tutti i dentisti e i medici hanno soldi”. La crivellarono di colpi. Uccisero anche suo padre di ottant’anni Ahmet che si nascondeva sotto il letto. Suo figlio, per fortuna, era rifugiato in Dalmazia. Ci fece scoppiare in lacrime tutti e due con la sua storia Enes Travnjani. Lo vedo anche oggi come allora, depresso, sconsolato, perso. Appena aveva iniziato una storia con lei. Amava Slavenka. Aveva appresso il rapporto medico che riferiva il numero di pallottole e delle piaghe sul suo corpo. Mi pregò di tradurre quel rapporto e di mandarlo con una lettera d’accompagnamento alle organizzazioni internazionali dei medici. E così facemmo. Non ho mai saputo se qualcuno sia stato incolpato per quel crimine. Enes assieme al figlio andò all’estero, l'ultima volta ebbi notizie di lui dalla Svezia. Ha le mani d’oro e si sarà sistemato sicuramente. Non credo abbia trovato pace.
Emir mi teneva regolarmente al corrente di tutto ciò che succedeva nel mio paese che era diventato “lontano”. Mi raccontò tutto ciò che sapeva sull’uccisione del figlio di mio zio Ante Pavić (Tonće), mio cugino Vlado Pavić. “Loro” erano andati dal suo amico Zurovac che abitava nella stessa casa; la moglie di Zurovac era andata di corsa da Vlado perché lui, come croato e cattolico, impiegato nei vertici della Croce Rossa, prendesse suo marito, mezzo serbo, e lo salvasse. Vlado andò e fece tutto ciò che poteva ma senza alcun risultato. Li presero e li fucilarono tutti e due, uno come nemico e l’altro come traditore. I cadaveri furono trovati nella Neretva, vicino al ponte Lučak, Vlado Pavić lasciò la moglie con due bambini fragili. Aveva trentotto anni. 
Emir mi portò per primo le notizie sulla morte di mio zio Ivan Pavić (Ićana). Prima una granata, sparata dal cannone dell’esercito ex-jugoslavo, aveva colpito la stanza dove stava a sonnecchiare l’ormai malaticcio vecchietto; subito dopo gli era scoppiato il cuore.
Ićan, direttore della miniera di Mostar, era un croato convinto, senza nessuna traccia di nazionalismo, che aiutava la popolazione dell’Erzegovina occidentale, da dove veniva la sua famiglia, a trovare lavoro e procurarsi da vivere. Durante la seconda guerra mondiale mi ricordo come salvò una decina di serbi di Mostar dalle "fosse”. E fu ucciso, così, dalle granate del generale serbo Perišić. Grazie Emir che hai condiviso con me la mia pena e le mie perdite.
Emir Balić e Enes Travnjianin nominavano i croati onesti che in tali occasioni, non certo senza rischio, avevano aiutato i loro vicini mussulmani o serbi. Ciò mi rincuorava. Ciò mi diede l’impulso per continuare a scrivere sulle sofferenze del nostro mondo.
Più tardi la strada di Emir e la mia si sono spesso incrociate. Sono ritornato sul ponte distrutto alcune volte, dopo che mi sono trasferito dalla Francia in Italia. Ho portato a volte anche scrittori stranieri per fargli vedere la verità su Stoc, Počitelj, Žitomislići, e sulla mia Mostar.
Ho lasciato agli scrittori serbi il dovere di raccontare al mondo la loro vergogna. Emir Balić mi fece conoscere Safet Oručević, il sindaco del periodo di guerra della parte orientale della città: un uomo pacifico, ragionevole e intraprendente – un “vero capopolo” direbbero i mostarini di una volta. Safet e Emir mi annunciarono per primi che Joza Musa era scomparso.
A quel tempo andavamo insieme alla scuola delle suore bianche a Zahum di Mostar, Joza combatté fino alla fine contro la divisione della nostra città. Gli spararono alle finstre, lo minacciarono lui e i suoi, tutti quelli di Šušak, Boban, Tutić, Prljakov, che siano maledetti. Pace all’anima del amico Josip Musa!
I lavori per il rinnovo del Vecchio Ponte hanno reso possibili incontri più frequenti. Ci siamo ritrovati a Zagabria, ma anche a Roma e a Belgrado durante la presentazione dell’inaugurazione del nostro vecchio ponte. Dopo il discorso nel Museo Storico nella piazza Pasić a Belgrado (ora si chiama così, prima era Piazza Marx e Engels) – discorso in cui ho menzionato non solo quelli che distrussero il Ponte Vecchio ma anche i centici che per più di tre anni bombardarono Sarajevo e fucilarono a Srebrenica più di 7000 persone – mi aspettavano all’uscita i "šešeljani”. Mi buttarono per terra e cominciarono a tirarmi per le scale. Non riuscirono a portare fino in fondo il loro operato: mi aiutarono i miei amici belgradesi. Vicino a loro si trovavano anche Emir e Safet. Quelle sere della celebrazione della ricostruzione del ponte c’era con noi anche Bogdan Bogdanović ma si era ritirato perché era stanco. Non mi accadde nulla oltre l’offesa che a volte è più terribile di tutto. Peggio dei colpi. Ma Emir aveva sperimentato molte più offese e molto più pesanti delle mie. Scrivo a lui queste righe in segno di gratitudine e amicizia. In ricordo della nostra “combriccola” mostarina.
Giovani saltatori, allievi e eredi di Emir, saltano di nuovo dal nostro vecchio ponte.
(Tradussi dal bosniaco, regalai a brate Bosny e lui diede la forma finale. Ziveo! Hvala brate!)
domenica, gennaio 09, 2005